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Il cambiamento: tra intuizione e sperimentazione

Aggiornamento: 21 ott 2025


Il cambiamento

Cosa permette il cambiamento in psicoterapia? Non cosa lo promuove, cosa può metterlo in moto, ma cosa in ultima istanza lo rende possibile.

È una domanda cruciale in chi si occupa di psicoterapia, ma ancor più in chi, da fruitore, si incammina su un percorso psicoterapico.

Pongo questa domanda, e offro una prima risposta per sfatare un mito che ancora

aleggia nella cultura in cui siamo immersi e che non di rado si insinua nelle stanze di terapia: il mito di un cliente sostanzialmente passivo, recettore di indicazioni e sapere (di cui in verità nessun terapeuta può essere depositario) o, e forse è peggio, alla ricerca di una singola comprensione che sarà capace di rivoluzionare la propria vita.

Purtroppo noi terapeuti non siamo dei rivoluzionari, e la terapia non è una burrascosa rivoluzione: noi terapeuti siamo tutt’al più dei miti operai, e la terapia il cantiere di una splendida piramide -il Cambiamento- che si costruisce, letteralmente, pietra su pietra, insieme ai nostri clienti.

Era il 1949 quando Donald Hebb in un suo celebre libro dal titolo The Organization of Behavior: A Neuropsychological Theory formulò quella che è stata poi denominata la Regola di Hebb: "I neuroni che sparano insieme si cablano insieme”. Con questa regola ha offerto a tutti noi una descrizione essenziale ma al tempo stesso esaustiva del funzionamento del sistema cerebrale, e della sua possibilità di cambiamento.

Se i neuroni che sparano insieme si cablano insieme, Hebb lo spiega dal punto di vista neurale, è con l’esercizio che avviene l’apprendimento, e dunque il cambiamento: si costituiscono così le reti neurali che formano la base della memoria, delle abilità e dei pensieri.

Quello che sembra quindi un astratto meccanismo nascosto nelle pieghe delle circonvoluzioni cerebrali ci dice invece molto su come apprendiamo e su come cambiamo. Lo sanno i pianisti che spendono decine e centinaia di ore sui tasti del pianoforte, lo sa chi sta imparando a guidare, all’inizio concentrato e impacciato e poi sempre più capace di guidare anche parlando al proprio vicino.

Lo sanno terapeuti e clienti nelle stanze di psicoterapia.

Quello che vale per un comportamento specifico come guidare o suonare il pianoforte, vale infatti egualmente per i nostri pensieri, i modi con cui siamo abituati a comportarci con gli altri, e le emozioni che più spesso ci accompagnano. Una certa inclinazione del pensiero, un particolare modo di vedere la realtà che spesso è uno degli aspetti della sofferenza di noi umani, si forma nelle sue ripetizioni (neuroni che sparano insieme…) e richiede ripetizioni per poter cambiare.

Arrivano anche -certo, e per fortuna…- nella stanza di terapia momenti speciali, in cui all’improvviso si accende una luce, momenti in cui qualcosa della vita interiore del cliente, nello spazio condiviso con il proprio terapeuta, si fa chiaro; improvvisamente una consapevolezza si fa strada. Momenti di insight, di intuizione.

Momenti fertili su cui costruire il cambiamento, ma che con questo non si identificano: il cambiamento non è quel momento di consapevolezza, ma tutto quello che di innovativo a partire da quello si può sperimentare ed esplorare: nuovi modi in cui comportarsi con gli altri, modi muovi di vedere le cose, ambiti nuovi da esplorare. Perché il cambiamento avvenga, perché possa dirsi poi consolidato, sono necessarie prove e ripetizioni, inciampi e ripartenza, e poi ancora prove e ripetizioni. È necessario fare, agire in modi nuovi, sperimentare.

Neuroni che sparano insieme - nella novità, in ciò che non si era mai pensato, in quello che non si era mai fatto - nel tempo si cablano insieme, e quella novità si consolida in un cambiamento.

Nell’Act (Acceptance and Commitment Therapy ) si parla di Impegno (Commitment), per indicare proprio il dedicarsi in modo intenzionale a costruire una vita nella direzione dei propri Valori, anche quando questo comporta il fare esperienza di emozioni spiacevoli o pensieri difficili. Questo dedicarsi alla propria vita è un dedicarsi al cambiamento, e richiede quelle intuizioni che sorgono nel lavoro con il proprio terapeuta, ma che hanno poi bisogno di essere trasformate in esperienze e vita vissuta dal cliente nella propria quotidianità.

È proprio questa danza, questo rimando continuo tra quello che accade nella stanza di terapia e l’esplorazione di modalità nuove nella vita quotidiana da parte del cliente, la linfa da cui sorge il cambiamento.

Quel sentimento doloroso che ha portato in terapia, quel ritrovarsi troppo spesso dentro gli stessi tormentosi pensieri e lo stesso agire, hanno bisogno di essere visti e riconosciuti, e hanno bisogno di tempo ed esperienze nuove per essere modificati.

È un sapere antico questo, che troviamo già nei testi buddisti di 2500 anni fa: “Qualunque cosa un monaco frequentemente pensi o consideri, quella diventerà l'inclinazione della sua mente”. Dove più spesso portiamo la nostra attenzione e i nostri pensieri, là si produrrà un cambiamento (neuroni che sparano insieme si cablano insieme); lo stesso principio espresso in linguaggi differenti.

È questa possibilità di osservare come si produce effettivamente il cambiamento che permette di restituire al cliente il potere che ha in un percorso di terapia: il potere, anche nelle circostanze più sfavorevoli o nelle ore più buie, di muovere un passo, seppur timido e breve, verso una nuova possibilità, perché diventi poi, passo dopo passo, cambiamento.

Cambiamento che ha quindi il suo seme nell’ora di terapia, e che viene poi innaffiato e nutrito dalla libertà e dalle scelte nuove del cliente nelle sue giornate.

 
 
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